NOTIZIE DAL TERRITORIO N. 42

25 luglio 2013

 

Dalla Cna Marche:

 

INTERVISTA AL PRESIDENTE CNA MARCHE RENATO PICCIAIOLA PER MONDO LAVORO AGOSTO 2013

 

  • Da noi intervistato, il Presidente del Consiglio regionale delle Marche, Vittoriano Solazzi, ha affermato che il sistema manifatturiero resterà sempre un asse portante dell’economia marchigiana. Secondo Lei, a tal fine vi sono i giusti presupposti?

 

Il sistema manifatturiero regionale è uno dei primi in Italia per incidenza sul totale dell’economia regionale; è inoltre differenziato in termini di produzioni, tecnologie, mercati. Ha quindi un ruolo particolare nell’economia regionale non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi. Di conseguenza, concorre fortemente a definire l’identità della nostra regione. I presupposti perché il manifatturiero continui ad essere un asse portante della nostra economia sono quindi “culturali”: le Marche sono una economia manifatturiera. Tuttavia, proprio una identità così forte configura anche i propri limiti: un manifatturiero che voglia mantenersi efficiente e competitivo deve poter contare anche su un terziario adeguato a garantire che le attività di trasformazione produttiva siano integrate a monte e a valle da funzioni di ricerca, di design, di sviluppo, da funzioni di commercializzazione e internazionalizzazione, da attività di formazione all’altezza delle sfide che la globalizzazione comporta. Queste funzioni da noi sono spesso inadeguate.

 

  • Parliamo di formazione: da più parti si sostiene l’esigenza di un avvicinamento tra il mondo dell’impresa e quello della formazione (scuole ed università). Qual è il Suo punto di vista?

 

Tutti o quasi concordano con l’esigenza di tale avvicinamento: è facile ritenerlo provvidenziale di fronte alla disoccupazione giovanile da un lato, alla crisi di idee e di progettualità del sistema produttivo. Secondo alcuni, poi, introdurre giovani nell’organico delle piccole imprese, sarebbe già di per sé un’azione fortemente innovativa: i giovani per loro natura sono portati a cambiare ciò che trovano e poi sono i giovani che possono più facilmente affrontare le sfide delle nuove tecnologie. Manca però qualcosa per integrare queste potenzialità: la cultura del lavoro e dell’impresa deve prendere un nuovo spazio nella formazione e forse potrebbe trovarlo se sapesse appassionare i giovani e le culture giovanili. Se scuola e famiglie, società e media lavorassero per rilanciare il gusto dello studio delle scienze, della ricerca, della sperimentazione, come scenari per la più ampia realizzazione personale, allora il rapporto tra formazione e impresa porterebbe presto a risultati importantissimi. In parole povere: ogni scuola dovrebbe avere laboratori e sperimentazioni, ogni impresa dovrebbe facilitare tale obiettivo per avvantaggiarsene prima delle altre. La reputazione sociale di ricercatori e scienziati, imprenditori innovativi e sperimentatori, dovrebbe essere coltivata con mezzi adeguati e portata a gareggiare con quella degli artisti e dei benefattori.

 

  • I giovani neolaureati sono pronti per affrontare le sfide del mondo del lavoro?

 

I nostri neolaureati sono spesso impreparati alle sfide attuali del nostro mondo del lavoro e ciò nonostante che nelle nostre università non manchino impegno e dedizione, spirito di concorrenzialità e apertura. Non c’è ancora un rapporto adeguato tra alta formazione e mondo delle piccole imprese che consenta alle due entità di avvantaggiarsi reciprocamente delle loro migliori caratteristiche e capacità. Eppure, proprio le nostre piccole imprese manifatturiere potrebbero costituire la via più opportuna per applicare nella concretezza del mercato (che porta a sintesi fabbisogni e offerta di prodotti e servizi) le idee e la creatività scientifica che nelle nostre università si raccolgono e si coltivano. Non solo le nostre università ma anche le scuole superiori, scientifiche e professionali, possono divenire incubatori di idee da sperimentare nelle piccole imprese. Lo scambio tra docenti e allievi deve svilupparsi sul piano concreto delle applicazioni economiche e delle realizzazioni sperimentali. La storia ci dice che è così che nascono le invenzioni e i grandi progressi economici e scientifici. A patto di avere un contesto favorevole, che premi la creatività e l’eccellenza, che punti a valorizzare le buone idee e le condizioni in cui esse maturano. Forse è proprio questo che manca, che non è pronto né lo sarà a breve per affrontare le sfide della concorrenza e della globalizzazione: un contesto favorevole fatto di credito, infrastrutture, mentalità innovativa.

 

  • A questo proposito che ruolo possono avere le associazioni rappresentative degli imprenditori?

 

Le associazioni imprenditoriali devono farsi tramite – e già lo fanno – tra questi mondi la cui incomunicabilità non ha più ragion d’essere. Lo devono fare portando a contatto ricercatori e imprenditori, aumentando le occasioni di incontro e di scambio di esperienze nei rispettivi ambiti: i laboratori  di ricerca e quelli artigiani. Lavorando per una formazione più orientata alla creatività e alla sperimentazione, alle scienze e alla cultura. Operando per la creazione di condizioni di contesto che la ricerca e la realizzazione di un nuovo rapporto tra formazione e impresa.

 

  • E i singoli imprenditori?

 

I singoli è bene che esercitino e sviluppino le loro curiosità e quindi quei loro “spiriti animali” che li hanno portati a intraprendere. Il miglior modo è aprirsi alle novità non cessando mai di incuriosirsi. Solo così gli imprenditori capiranno che investire in conoscenza può risultare il modo migliore per reagire alle difficoltà.

 

Da Re.Te Imprese Italia:

 

DECRETO DEL FARE. MALAVASI (RETE IMPRESE ITALIA):

“IL TESTO NON MANTIENE LE PROMESSE. INTERVENGA

IL GOVERNO. LA PAZIENZA DEI NOSTRI IMPRENDITORI

NON È INFINITA”

“La pazienza dei nostri imprenditori non è infinita. Il testo del decreto del fare viaggia in direzione decisamente diversa da quella promessa dal Governo. Su ben altre prospettive si era basata la nostra apertura di credito nei confronti delle larghe intese”. Lo denuncia Ivan Malavasi, presidente di Rete Imprese Italia. “Ci attendiamo dall’esecutivo un atteggiamento coerente con le esigenze delle imprese e del Paese. Occorre una rapida inversione di rotta rispetto a quanto successo negli ultimi giorni – sottolinea Malavasi – qui non sono in discussione solo gli interessi di milioni di imprese, ma il futuro del Paese”.

Le imprese si aspettavano un provvedimento che alleggerisse la burocrazia e desse impulso alle attività, i risultati sono purtroppo antitetici. Chiedevamo l’abolizione della responsabilità solidale negli appalti, e troviamo invece ulteriori adempimenti con l’introduzione del Durt, un nuovo mostro…. Volevamo un potenziamento del Fondo centrale di garanzia e abbiamo ora uno stravolgimento delle finalità del Fondo stesso, piegato alle esigenze di banche e di grandi imprese. Reclamavamo l’esigenza di interventi volti a sburocratizzare la sicurezza sul lavoro e sono state introdotti invece ulteriori oneri e complicazioni, che non incidono sulla sicurezza sostanziale dei lavoratori e aggravano i costi per le imprese.

“Il decreto del fare era stato presentato come una spinta destinata a favorire le imprese, ma si sta trasformando nel suo opposto – sottolinea polemicamente Malavasi – con più burocrazia, maggiori costi e minori facilitazioni. Il Parlamento sembra operare come se l’Italia non fosse un Paese in crisi che solo le imprese possono cercare di risollevare. Ci pensi il governo – conclude Malavasi – a rimettere il timone sulla giusta rotta”.

 

 

Da Unioncamere Marche:

 

MARCHE, ANCORA UN SEMESTRE NEGATIVO PER LE IMPRESE

MA TRA APRILE E GIUGNO I PRIMI TIMIDI SEGNI DI RIPRESA

 

In calo nel semestre i fallimenti (-24) ma aumentano i concordati (+26).

 

Ancora un semestre negativo per le imprese marchigiane. Tra l’inizio di gennaio e la fine di giugno 2013, le attività imprenditoriali registrate alle Camere di commercio, sono diminuite di 707 unità, attestandosi a 175.810 imprese. Al sistema produttivo marchigiano non è bastato il timido segnale di ripresa arrivato nel secondo trimestre dell’anno, quando sono nate 2.851 imprese mentre hanno cessato l’attività in 2.104, con un saldo positivo di 747 unità. A mantenere in fase negativa l’andamento demografico delle imprese ci ha pensato il primo trimestre dell’anno, quando il sistema produttivo ha perso 1.454 aziende. La fotografia di un’economia che cerca di reagire alla crisi ma non riesce ancora a rilanciarsi, è stata fatta dal Centro Studi Unioncamere Marche, elaborando la consueta rilevazione trimestrale di Movimprese.

“Il sistema economico marchigiano si rilancia se riusciamo a rilanciare le imprese “ afferma il Presidente Unioncamere Marche Adriano Federici “perché è solo dalle imprese che viene il lavoro. Il tessuto produttivo regionale sta combattendo una battaglia di resistenza ormai da anni ma serve una forte iniezione di fiducia e di risorse. Oltre a quelle del credito, indispensabili per dare operatività alle imprese, serve mettere a frutto con intelligenza le risorse messe a disposizione dall’Europa. Le Camere di commercio sono pronte a dare il proprio contributo, sia per individuare progetti prioritari per le imprese sia per cofinanziarli  in vista del ciclo di risorse 2014-2020.  Da poche settimane, infatti, Unioncamere ha lanciato una “cabina di regia nazionale” interamente finanziata dal sistema camerale per sostenere le Camere locali nella fase di negoziato con le istituzioni territoriali per la predisposizione delle misure della prossima programmazione”.

Intanto, nei primi sei mesi dell’anno, secondo il Centro Studi Unioncamere Marche, nella nostra regione sono state avviate meno procedure fallimentari rispetto allo stesso periodo del 2012 (203 contro 227) mentre sono aumentati i concordati (64 rispetto ai 38 del primo semestre 2012).

A vivere le maggiori difficoltà è sempre l’artigianato che tra aprile e giugno è aumentato di 79 imprese ma in sei mesi ha perso 771 aziende.

Il dato più eclatante del secondo trimestre 2013 riguarda il commercio, che ha registrato un incremento di 251 aziende mentre anche i servizi di alloggio e ristorazione, complice la stagione estiva, sono aumentati di 109 unità. In crescita anche le attività finanziarie e assicurative (+111) ed in genere le attività di servizi, mentre prosegue il calo delle imprese agricole (-118). Il manifatturiero tiene (+34) grazie al sistema moda, con le calzature in crescita di 11 unità e l’abbigliamento di 12. mentre continuano a perdere imprese la meccanica (-15), gli alimentari (-9 ) e il mobile (-2).

L’analisi del Centro Studi Unioncamere prende in considerazione anche l’andamento delle imprese marchigiane in base alla ragione sociale, evidenziando come i neoimprenditori preferiscono le società di capitali (+319) e le imprese individuali (+279).

Per quanto riguarda le province marchigiane, il saldo più positivo  è quello di Ancona (+306)  seguita da Fermo (+142), Macerata (+113), Pesaro (+95) e Ascoli Piceno (+91).

 

 

Dalle Cna provinciali:

 

ALLARME DELLA CNA DI ASCOLI: DA GENNAIO A GIUGNO 2013 IN TUTTA

LA PROVINCIA PICENA HANNO CHIUSO I BATTENTI 1.046 IMPRESE

 

ASCOLI PICENO. Allarme della Cna di Ascoli per la caduta libera, che ancora non inverte la tendenza, dell’economia del Piceno. Secondo gli ultimi dati (aggiornati al 30 giugno 2013) della Camera di Commercio ed elaborati dalla Cna Picena, nei primi 6 mesi dell’anno in tutta la provincia hanno chiuso i battenti 1.046 imprese mentre hanno aperto 894, con un saldo negativo di oltre 150 unità. “Recessione praticamente dal 2010 – commenta Gino Sabatini, presidente della Cna di Ascoli – visto che a quell’anno nella nostra provincia avevamo attive 21.340 imprese mentre oggi ne contiamo 21.313. Un problema generalizzato, in quanto i dati si riferiscono all’artigianato, all’industria, al commercio, all’agricoltura e ai servizi, che testimonia come manchino ancora interventi concreti per ridare fiato alle imprese che non ce la fanno più. Credito sempre a maglie più strette, pagamenti della pubblica amministrazione liberati, forse, con il contagocce. L’allarme della Cna, che rilancia a tutte le istituzioni del territorio, è di operare al più presto altrimenti l’autunno in arrivo potrebbe essere il più pesante dall’inizio di questa crisi”.

La triste lista delle attività che non hanno resistito all’impatto della recessione vede, sempre in base ai dati del Centro studi Cciaa riferiti al 30 giugno 2013, al primo posto il commercio (221 imprese cessate dall’inizio dell’anno in tutta la provincia), al secondo le costruzioni (161 ditte che hanno chiuso i battenti) e al terzo il manifatturiero (111 ditte in meno rispetto al 2012). “Sostegno al credito, innovazione e incentivazione per il lavoro dei giovani – aggiunge Francesco Balloni, direttore della Cna Picena – sono le direttrici su cui la Cna sta concentrando la sua azione. Solo un’azione sinergica di tutti gli attori di questo territorio può avere la speranza di arginare quella che questi ultimi dati stanno dipingendo come una vera e propria caduta libera”.

A San Benedetto del Tronto il non invidiabile primato delle imprese cessate: 302 dall’inizio dell’anno, seguita da Ascoli Piceno (meno 225), da Grottammare (meno 76) e da Monteprandone (meno 56). Per quanto riguarda i comparti, invece, nel 2010 le costruzioni nel Piceno contavano 3.250 ditte attive, il 30 giugno 2013 erano scese a 3.115. Sempre nel 2010 ce n’erano 4.984 attive nel commercio, oggi sono 4.906. Nel manifatturiero, infine, erano 2.236 e ora sono 2.228.

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